I premi letterari di "Etruria Faber Music"
Premio Maria Maddalena Morelli "Corilla Olimpica" - Città di Pistoia
VIII Edizione 2025
Sezione "Scuole"
Categoria "Istituti Superiori"
I Premio Assoluto
Sofia Natale
Motivazione: Le poesie Belva di vergini e Carpe diem offrono due prospettive diverse ma complementari sul mondo interiore. La lirica Belva di vergini si distingue per un linguaggio fortemente simbolico e visionario: le immagini naturali, cupe e inquietanti, costruiscono un’atmosfera emotiva intensa, in cui smarrimento e tensione si intrecciano. È una poesia ricca e potente, anche se la densità delle metafore di matrice classica può renderla impegnativa. In Carpe diem, al contrario, la poetessa adotta un tono più limpido e meditativo: riflette sul tempo che sfugge, sulle occasioni non colte e sulla necessità di dare voce ai propri sentimenti. La sua forza sta nella chiarezza emotiva e nella scorrevolezza del dettato, che rendono la lettura coinvolgente e delicatamente malinconica. Insieme, i due testi mostrano un interessante equilibrio tra ombra e introspezione luminosa.
Carpe Diem
Una salda reverenza alle perplessità,
la diffidenza pervade l’animo profondo:
si dissolve la rapida opportunità,
e il momento ideale svanisce in un secondo.
Nell’amabile frangente, non segui il cuore,
ed avvilito, rimpiangi un rimasuglio lontano.
Per esimerti dal fatale languore:
non aver timore di sfiorare la sua mano,
né di proferire amor che sia;
fai fluire la stilla, che non sarà vano,
perché la goccia tua, sarà anche la mia;
esprimi il tormento, l’ira, la pace e la gioia,
per tingere di colore una stanza vuota;
ma non lasciar che il sentimento muoia,
il rimorso perdura mentre la vita ruota.
Sai, imparai per stoltezza,
che più ricordi custodisci o trattieni,
preserveranno la bellezza
di attimi, che divengono eterni.
Belva di Vergini
Ricercata, Donna che sei,
sei smarrita nello sgomento:
causato da una Belva che è un tormento,
mentre aguzzi i tuoi decadenti aculei.
Lepre tra gli arbusti di una selva,
laddove il cuore atterrito si strema:
tra boccioli non fiorenti;
un esile respiro verde;
ombre di fronde in rugiada
ove le stille calano nella Terra,
che esala un morente petricore.
La Belva irrompe tonante,
minuta, Cerva che sei:
ti fa un dispetto irridente,
con pinto un ghigno sorridente,
tra le ceneri di uno strido interrotto
e l’eco di un fracasso silenzioso;
un Umano si è rotto,
scrutato, con fare minuzioso.
Sprigionano l’odor di glicini,
i canini
della Belva di Vergini.
Sofia Natale (Ceranesi - GE)
Liceo Statale “Piero Gobetti” di Genova
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Premio Maria Maddalena Morelli "Corilla Olimpica" - Città di Pistoia
VIII Edizione 2025
Sezione "Adulti"
I Premio
Valeria Tufariello
Motivazione: Le poesie Là dove svanisce il volto e Nel giusto mezzo meritano il primo riconoscimento per la loro profondità emotiva e la raffinata padronanza del linguaggio poetico. In Là dove svanisce il volto, l’autore affronta il tema delicato e doloroso dell’Alzheimer con straordinaria sensibilità: le immagini – il volto che non abita più negli specchi, le vetrine che diventano laghi senza memoria, le stelle cadute – rendono tangibile la perdita di sé e dei ricordi, trasformando la sofferenza in un’esperienza poetica intensa e coinvolgente. La lirica Nel giusto mezzo offre, invece, una meditazione sull’equilibrio interiore e sulla presenza consapevole nella vita quotidiana: tra silenzio e visibilità, tra azione e introspezione, il testo celebra la bellezza dell’arte di restare, suggerendo una filosofia di attenzione e lentezza che rende ogni momento assai significativo.
Là dove svanisce il volto
Poesia sull’Alzheimer
Non abita più il mio volto negli specchi
È scivolato tra le crepe dei ricordi
una piuma dispersa nel respiro dell’alba
forse naufrago in un sogno mai mio
Passo accanto alle vetrine che
si fanno laghi senza memoria
dove non danzano immagini ma
solo sagome di un confuso divenire
Cammino come chi ha smarrito il proprio nome
Un’ombra cucita al vento che scopre l’ignoto
Un’eco vestita di passi che non fanno rumore
Mi cerco nei riflessi di uno sciame di stelle cadute
in un frammento di luna sepolta sotto la pelle
tra i petali di un ricordo che non ha più stagioni.
Ma forse sono stata solo il sogno che nessuno ha fatto mai
Nel giusto mezzo
Non troppo in alto né troppo in basso
tra l’eco dei sogni e il passo stanco del giorno
c’è un luogo che non ha nome
e lì si posa il mio sentire
È una linea sottile tra l’applauso e il silenzio
tra l’essere visti e il dissolversi piano
Nessuno lo cerca quel posto quieto
perché non brilla né scompare
non promette trionfi né l’oblio
Si tende a volare o a sparire del tutto
a coprirsi di maschere o a cancellarsi il volto
Eppure lì nel centro esatto di quel filo sottile
dove il passo trema ma tiene
sta l’arte difficile di restare
Non c’è gloria nell’equilibrio,
dicono, ma è lì che le anime ascoltano
il tempo respira e i cuori
imparano a non avere fretta
Valeria Tufariello (Roma)
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Premio Maria Maddalena Morelli "Corilla Olimpica" - Città di Pistoia
VIII Edizione 2025
Sezione "Adulti"
II Premio
Marcello Tagliente
Motivazione: Le poesie Le sette porte del mare e Per il tempo che ci resta condividono una profondità emotiva straordinaria e una forte componente riflessiva sul dolore, sull’esilio e sulla memoria collettiva. La lirica Le sette porte del mare evoca un viaggio interiore e spirituale attraverso immagini suggestive e simboliche, in cui la sofferenza personale si intreccia con il lutto e la speranza universale. L’autore costruisce, così, un paesaggio poetico ricco di simboli – angeli, luci, elementi di corallo – creando un’atmosfera di preghiera e ricerca di pace. In Per il tempo che ci resta, il poeta si concentra sul dramma contemporaneo di Gaza, con immagini intense che mescolano dolore e innocenza, perdita e protezione. Il linguaggio, dunque, è lirico e visivamente potente, trasmettendo la fragilità e la resilienza dei bambini e della vita quotidiana sotto il conflitto.
Le sette porte del mare
Il deserto di Siria ha il volto
delle persone che hai perduto
e continui a inseguire
ai confini di un'eclissi di pietà
in questa notte di cercatori di stelle.
E ora sono qui tra le strade deserte di Latakia
a curare la mia anima,
a cercare sigilli di eternità in un roseto di parole fragili.
La mia preghiera spalanca la sua finestra azzurra
e interroga le sette porte del mare
e in ognuna raccoglie
carovane di angeli in cerca di salvezza,
lucciole smarrite, melodie tristi di delfini, astrolabi confusi,
scialuppe rovesciate di corallo,
rosari abbandonati sugli scogli di Cutro,
passaporti senza identità.
E in ognuna si inginocchia e invoca il perdono.
Pace a voi, pace al vento di khamsin,
pace alle moschee degli Omayadi
e ai Santi di Maaloula,
pace agli addii, pace alle lacrime.
Siamo tutti figli dell'esilio
portati via dalle onde,
ma noi siamo quelli che restano
a custodire l'infinito.
Noi siamo i giorni senza altre parole d'amore.
Marcello Tagliente (Roma)
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Premio Maria Maddalena Morelli "Corilla Olimpica" - Città di Pistoia
VIII Edizione 2025
Sezione "Adulti"
III Premio
Riccardo Barotti
Motivazione: Le poesie Canzonetta e Salme. Dice il Signore: cambierò il loro lutto in gioia esplorano il dolore e la sofferenza, ciascuna con un linguaggio e con uno stile distinti ma ugualmente potenti. Nella prima lirica, l’autore esprime un’angoscia intensa e personale: il testo è intriso di immagini violente, trasmesse con un ritmo quasi ossessivo e provocante un senso di oppressione e di smarrimento interiore. Nella seconda poesia, al contrario, il poeta si concentra sul dolore collettivo e sulla memoria storica, affrontando temi quali il lutto, la colpa e l’ingiustizia con un tono più solenne e meditativo. Le immagini religiose e simboliche rendono il testo suggestivo, trasformando il dolore in riflessione e lasciando intravedere una speranza di consolazione.
Canzonetta
Covo odio, astio covo,
marcio effondo di fastidio,
atra bile intorno spando
come il fungo a Cernobyl.
Seme malo male frutta,
roso sento e oppresso il senso.
Gassa il cosmo, il cosmo impregna,
il compresso esploso gas.
Né la causa so trovare:
sogno nebbie, nembi inseguo,
cerco, spero ancora poi
poi penando coi perché.
Come il pesce teso a riva
sulla sabbia si dimena,
con terrore anela il mare
opponendo morte a sé,
così resto sulle dune,
guizzo male ad ogni sforzo,
oltre il male, verso il mare
che malato ammala me.
Riccardo Barotti (Sùvero - SP)
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